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Consulente AI per aziende: cosa fa e come si sceglie

Che cosa fa un consulente di intelligenza artificiale, quando serve a una PMI e come sceglierlo: domande, segnali di allarme, alternative pubbliche.

A cura di FT Support Aggiornata il 15 minuti di lettura

La risposta in breve

Un consulente di intelligenza artificiale aiuta chi guida l'azienda a decidere dove l'AI porta un risultato misurabile, da quale processo partire, con quali regole e quale spesa, e lascia un piano realizzabile anche con altri. Non esiste un albo: chiunque può dirsi consulente AI, quindi si sceglie con verifiche e domande giuste. Prima di spendere ci si orienta anche con strumenti pubblici: Punti Impresa Digitale e Digital Innovation Hub.

  • Un consulente AI decide con chi guida l'azienda da dove partire e lascia un piano scritto: non vende software e non decide al posto dell'azienda.
  • Nessun albo: chiunque può dirsi consulente AI. Si verifica con la visura, le referenze in produzione, le certificazioni e il contratto.
  • Il primo ostacolo dichiarato dalle imprese è la mancanza di competenze: si sceglie chi ne trasferisce, non chi ne trattiene.
  • Decisioni, referente interno, formazione e obblighi di chi usa il sistema restano all'azienda: il consulente aiuta, non sostituisce.
  • Prima di pagare qualcuno: i Punti Impresa Digitale e i Digital Innovation Hub offrono valutazioni gratuite.
  • Un audit gratuito o una percentuale promessa prima di aver visto i processi sono segnali di allarme.

Nota. Contenuto informativo aggiornato al 12 ottobre 2026. Norme, bandi e servizi pubblici cambiano: prima di decidere verifica sulle fonti in fondo alla pagina e, per contratti e responsabilità, con i tuoi consulenti.

Che cosa fa un consulente AI, e che cosa non fa

Un consulente di intelligenza artificiale (IA) lavora con chi guida l’azienda su quattro cose: capire quali processi possono trarre un risultato misurabile dall’AI, verificare se i dati per farlo ci sono, scrivere un piano a passi (roadmap) che parte da un progetto pilota, preparare le persone con regole d’uso (policy) e formazione. Il risultato buono è un documento che l’azienda può realizzare anche con altri.

Che cosa non fa: non vende software (se lo fa, è un rivenditore o una software house: figure diverse, con interessi diversi); non decide al posto dell’azienda che cosa l’AI può fare da sola; non «mette l’AI» in un pomeriggio; non sostituisce la persona che in azienda seguirà il progetto.

Nelle offerte di lavoro e nei corsi lo stesso ruolo compare con i nomi inglesi di AI consultant o AI strategist; «esperto di intelligenza artificiale» è un’espressione più larga, che comprende ricercatori e tecnici. Dal 30 aprile 2026 è in vigore la norma UNI 11621-8:2026, che descrive i profili professionali di chi lavora nell’IA, e nel settembre 2026 l’UNI ha dato notizia di un accordo di workshop europeo del CEN (CWA 18398) con lo stesso scopo. Sono riferimenti utili per capire di che cosa si parla, non un albo.

Chi è chi: consulente, agenzia, software house, rivenditore, integratore

Nessuna di queste figure è sbagliata. Il problema nasce quando una si presenta come un’altra.

FiguraChe cosa vendeQuando è quella giustaDove sta l’interesse
ConsulenteTempo e metodo: analisi, piano, regole, formazioneQuando il primo processo non è chiaro, o serve un piano prima di spendereNessuno, se non è legato a un prodotto: va chiesto per iscritto
Agenzia o società di consulenzaProgetti chiavi in mano, spesso con un proprio gruppo tecnicoQuando il perimetro è chiaro e serve chi realizzaPropone ciò che sa costruire
Software houseSoftware su misura o un proprio prodottoQuando serve costruire qualcosa che non esisteHa interesse a far costruire
Rivenditore o partner di un fornitoreLicenze e configurazione di un prodottoQuando il prodotto è già stato sceltoConsiglia il prodotto che rivende
Integratore di sistemiCollegamenti fra gestionale, dati e strumentiQuando la parte difficile è l’integrazionePrivilegia i sistemi che conosce

Nella UE, fra le imprese che usano l’AI, più della metà la compra come software pronto e circa una su quattro la fa sviluppare o adattare da fornitori esterni (calcolo su dati Eurostat 2024, imprese con almeno dieci addetti, risposte multiple; per l’Italia il dato non è rilevato). La scelta del prodotto è quindi la decisione su cui l’interesse del consigliere pesa di più. L’AI Act aggiunge un argomento: chi appone il proprio nome o marchio su un sistema ad alto rischio già sul mercato, chi lo modifica in modo sostanziale, o chi cambia la finalità di un sistema, anche generico, fino a renderlo ad alto rischio, ne diventa fornitore con i relativi obblighi (articolo 25). La maggior parte dei progetti di una PMI non è ad alto rischio, ma la regola dice una cosa semplice: chi adatta e rivende non è un terzo neutrale.

Quando serve, e quando no

Serve:

  • quando in azienda nessuno ha le competenze per impostare il progetto. Tra le imprese italiane che hanno valutato l’AI senza adottarla, la mancanza di competenze è il primo ostacolo per il 58,6% (ISTAT, dicembre 2025); nella UE circa sette su dieci (calcolo su dati Eurostat 2025);
  • quando non è chiaro da quale processo partire, o i reparti ne propongono dieci;
  • quando serve un ponte fra direzione, sistemi informativi e fornitori, che parli le tre lingue;
  • quando il primo pilota è fallito e nessuno sa dire perché.

Non serve:

  • per usare un assistente già pronto in un ufficio: bastano regole d’uso e una formazione di base;
  • per un’attività che capita poche volte l’anno;
  • prima di aver sistemato i dati di base: un consulente che trova il gestionale in disordine dirà di metterlo in ordine, e lo si sarà pagato per sentirselo dire. Il secondo passo della guida su come portare l’AI in azienda si può fare da soli;
  • se nessuno in azienda avrà tempo di seguire il progetto: il piano resterà nel cassetto.

Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano il 77% del mercato italiano dell’AI è fatto di progetti su misura e solo l’8% delle piccole e medie imprese ha avviato un progetto. Tre quarti del mercato sono quindi progetti costruiti su misura per il singolo cliente, da fornitori e consulenti: la scelta del partner pesa sul risultato più della tecnologia.

Che cosa deve restare all’azienda

Un consulente aiuta. Alcune cose non si delegano.

  • Le decisioni. Dove si usa l’AI, con quali dati, che cosa può fare da sola. Il quadro di riferimento del NIST per il rischio dell’AI, volontario, lo scrive nella funzione di governo: la responsabilità delle decisioni sui rischi è del vertice dell’organizzazione.
  • Un referente interno. Le Linee guida del Ministero del Lavoro sull’IA nel mondo del lavoro, adottate nel dicembre 2025 e non vincolanti, suggeriscono un responsabile IA o una figura simile, anche coincidente con il responsabile della protezione dei dati nelle aziende che ce l’hanno: è il punto di riferimento per le persone e per le autorità. Nessuna norma lo impone, nemmeno il decreto legislativo 179/2026, ma un consulente esterno non lo sostituisce.
  • La formazione. L’articolo 4 dell’AI Act chiede a chi usa sistemi di AI di adottare misure per sostenere l’alfabetizzazione del personale e di chiunque usi quei sistemi per suo conto; la Commissione europea precisa che anche le persone di un fornitore di servizi o di un appaltatore devono avere le competenze adeguate al compito. I dettagli sono nella guida Formazione AI obbligatoria: cosa chiede l’AI Act.
  • Gli obblighi di chi usa il sistema. Nel linguaggio dell’AI Act l’azienda che usa un sistema è il deployer, in italiano l’utilizzatore. Per i sistemi ad alto rischio dell’allegato III, dal 2 dicembre 2027, l’articolo 26 le assegna l’uso secondo le istruzioni, la sorveglianza umana affidata a persone competenti, il controllo dei dati di ingresso, il monitoraggio, la conservazione dei registri e l’informazione ai lavoratori. Un contratto può distribuire i compiti, non la responsabilità verso la legge.
  • Le regole d’uso. Le decide chi guida l’azienda; il consulente può proporle. Come si scrivono è nella guida Policy AI aziendale: regole d’uso ed esempio.

Chi può aiutare gratis, prima di pagare qualcuno

Esistono servizi pubblici, con i loro limiti.

  • I Punti Impresa Digitale (PID) delle Camere di commercio. Due strumenti: un’autovalutazione online (assessment) della maturità digitale, chiamata SELFI4.0, con un rapporto automatico alla fine del questionario, e una valutazione guidata da un Digital Promoter della Camera, chiamata ZOOM4.0, con interviste alla direzione e al personale e un rapporto più dettagliato. Sono nati per la digitalizzazione 4.0, non per l’AI in particolare, ma danno una fotografia da cui partire. Dal luglio 2026 i PID hanno anche un bando nazionale a sportelli locali, con voucher per tecnologie, formazione e consulenza e un’attenzione specifica all’adozione dell’AI, e laboratori territoriali chiamati AI-Lab; date e requisiti dei fornitori li decide ogni Camera, e gli sportelli si esauriscono in fretta. I dettagli sono nella guida Incentivi 2026 per software e AI in azienda.
  • I Digital Innovation Hub (DIH) e gli European Digital Innovation Hub (EDIH). Le Linee guida del Ministero del Lavoro citano un assessment digitale gratuito erogato attraverso la rete dei DIH. Il catalogo della Commissione europea elenca, alla data di questa guida, 57 strutture in Italia (con qualche possibile doppione), di cui 13 finanziate dal programma Europa digitale; 35 indicano l’intelligenza artificiale fra le loro tecnologie. I servizi cambiano da struttura a struttura: vanno letti uno per uno.
  • Gli elenchi dei manager dell’innovazione. Il Ministero delle Imprese e Unioncamere tengono elenchi pubblici di manager dell’innovazione qualificati, nati con il voucher per la consulenza in innovazione: due sportelli, nel 2019 e nel 2023, e alla data di aggiornamento di questa guida nessun nuovo sportello di quel voucher. L’iscrizione non è obbligatoria per lavorare, ma è verificabile.

Questi strumenti dicono a che punto è l’azienda. Non fanno il progetto al suo posto e hanno tempi loro.

Come verificare un consulente

Non esiste un albo. La legge 4/2013 regola le professioni non organizzate in ordini o collegi: chi le esercita deve citare la legge in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, la qualificazione si basa su norme tecniche UNI ed è volontaria, e la certificazione la rilasciano organismi accreditati. Sei verifiche, in ordine.

  1. La società. Una visura camerale dice da quanto esiste, quale attività dichiara, chi la amministra e chi firma.
  2. I documenti. Il riferimento alla legge 4/2013 è un obbligo; una certificazione di conformità alla norma UNI 11621-8, rilasciata da un organismo accreditato, si verifica nelle banche dati di Accredia ed è un segnale, non un requisito. Lo stesso vale per una certificazione ISO/IEC 42001 del consulente o del fornitore: parla del loro metodo, non garantisce il progetto, e per una PMI non è un requisito. Dal 23 ottobre 2026 il decreto legislativo 179/2026 (articolo 47) chiede percorsi di formazione sull’AI nella formazione continua degli ordini e, quando il settore lo richiede, delle associazioni professionali della legge 4/2013: a un consulente iscritto si può chiedere anche questo.
  3. Gli elenchi pubblici dei manager dell’innovazione del Ministero delle Imprese e di Unioncamere.
  4. Le referenze. Sistemi in produzione, non dimostrazioni: parlare con chi li usa oggi, non con chi li ha comprati, e chiedere da quanto tempo girano e chi li mantiene.
  5. Gli strumenti di AI che usa il consulente. La legge 132/2025 (articolo 13) impone a chi esercita una professione intellettuale di comunicare al cliente, con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo, quali sistemi di intelligenza artificiale usa nel suo lavoro; se il consulente è una società, la stessa informazione si mette nel contratto. Sapere quali strumenti entrano nel lavoro e dove finiscono i documenti dell’azienda non è sospetto: è una condizione del rapporto.
  6. Chi risponde. Dell’uso del sistema risponde per legge l’azienda che lo usa; il contratto deve dire che cosa risponde il consulente: di un piano sbagliato, di un ritardo, di un dato riservato diffuso.

Le altre domande da fare a un consulente AI

Le sette domande da fare a chiunque proponga una consulenza, noi compresi, sono nella pagina della consulenza AI per aziende. Queste sono per il secondo incontro.

  • Quali dati vi servono, e che cosa fate se non ci sono?
  • Chi forma le persone che useranno gli strumenti, e quando?
  • Che cosa è scritto nel perimetro, e che cosa non lo è?
  • Che cosa resta nostro alla fine: codice, istruzioni date ai modelli, documenti, dati?
  • Come si esce, e in quanto tempo?
  • Quanto tempo chiedete alle nostre persone, e a quali?
  • Avete mai detto a un cliente di non partire?

L’ultima è quella che distingue. Chi non ha mai sconsigliato un progetto non ha mai guardato un’azienda con i suoi occhi, ma con quelli della propria offerta.

I segnali di allarme

SegnalePerché è un problemaChe cosa chiedere
«Audit gratuito», «assessment gratuito», «call gratuita» come offerta principaleDue ore senza dati non producono un piano: è un preventivo mascherato. Diverso dalla valutazione gratuita dei PID e dei DIH, che è un servizio pubblico«Che cosa consegnate alla fine, per iscritto?»
Percentuali promesse prima di aver visto i processiSenza perimetro e senza una base di misura non significano nulla. Le misure serie si riferiscono a compiti precisi e ripetuti, e sono di norma più modeste di quelle promesse«Su quale nostro processo, misurato come?»
Legame con un prodotto non dichiaratoLa consulenza diventa una vendita«Siete partner o rivenditori di qualche fornitore?»
Nessun pilota: si parte da una licenza annuale o da un contratto lungoLe Linee guida del Ministero del Lavoro prevedono una fase di sperimentazione con obiettivi e un rapporto di valutazione«Qual è il primo passo che possiamo fermare avendo speso poco?»
Nessun numero prima e dopoSenza misura non si saprà mai se ha funzionato«Che cosa misuriamo, e come lo misuriamo oggi?»
Nessuna formazione nel perimetroÈ un obbligo dell’azienda, e secondo un’indagine dell’OCSE in sette paesi (Italia esclusa) un terzo o meno delle PMI che usano l’AI generativa forma il personale«Chi forma chi, quando, con che cosa?»
Contratto senza clausole su dati, riservatezza, proprietà di ciò che resta, uscitaSono le clausole che contano quando qualcosa va storto«Dove sono scritte?»
Il consulente decide da solo che cosa può fare l’AILe decisioni spettano all’azienda, con regole scritte«Chi approva le regole d’uso?»
Gergo senza processi: parla di modelli e non dell’ufficio offerteNon ha guardato l’azienda«Da quale nostro processo partireste?»

Come si paga una consulenza AI

Senza cifre: ogni azienda è diversa, e una tariffa pubblicata prima di aver visto i processi dice poco. I modi sono quattro.

  • A passi, con un risultato atteso. Prima la mappa dei processi e il piano, poi il pilota, poi la messa in produzione; ogni passo si paga quando si vede. Si può fermare; chiede un perimetro scritto. È il modo più adatto a chi comincia.
  • A giornate. Semplice e trasparente; il rischio è che le giornate crescano senza un traguardo.
  • A canone. Adatto all’accompagnamento dopo la messa in produzione; da evitare prima di aver visto un risultato.
  • A quota del risparmio. Allinea gli interessi, ma richiede una misura condivisa e un numero di partenza affidabile, che poche PMI hanno.

Da che cosa dipende il costo, voce per voce, è spiegato nella guida Quanto costa un progetto AI: da che cosa dipende. Gli incentivi che coprono anche consulenza e formazione, come il voucher delle Camere di commercio gestito dai PID, sono nella guida Incentivi 2026 per software e AI in azienda.

Il contratto: che cosa deve esserci

  • Il perimetro. Processi, dati, risultati attesi, e che cosa non è compreso.
  • Dati e riservatezza. Quali dati vede il consulente, dove li tratta e con quali strumenti, che cosa succede alla fine: restituzione o cancellazione.
  • La proprietà di ciò che resta. Documenti, codice, istruzioni ai modelli, configurazioni, dati elaborati: dell’azienda.
  • Le responsabilità. Che cosa risponde il consulente, sapendo che l’uso del sistema resta in capo all’azienda.
  • La formazione. Chi, quando, come, e con quali materiali.
  • L’uscita e la consegna. Come si interrompe, che cosa viene consegnato, in che formato, con quale assistenza al passaggio. Il quadro del NIST prevede la dismissione sicura dei sistemi e piani di emergenza per i sistemi e i dati di terzi considerati ad alto rischio: l’uscita si progetta all’inizio, non quando serve.
  • L’aggiornamento del piano. Norme e strumenti cambiano; una rilettura a data fissa evita che il piano invecchi nel cassetto.

In un’azienda manifatturiera o dei metalli

Un consulente che non conosce il settore parte da dove conosce: il marketing, il servizio clienti, i testi. In uno stabilimento il tempo si perde altrove: nell’ufficio offerte, dove i preventivi nascono da disegni e capitolati; negli ordini e nelle conferme; nei certificati di materiale e nei documenti di qualità; nei listini legati al metallo, con le clausole di indicizzazione da ricalcolare; nei prezzi delle materie prime che devono entrare nel gestionale ogni giorno; nell’ufficio acquisti.

Un consulente del settore riconosce questi punti al primo confronto, sa quali dati esistono già (ordini, distinte, certificati, quotazioni) e quali vanno creati, e sa che la parte difficile non è il modello: è farlo entrare nei sistemi che l’azienda usa ogni giorno. Lo dice anche un piccolo produttore italiano citato dall’OCSE, che usa strumenti pronti e indica nell’integrazione con i sistemi aziendali la vera difficoltà.

Come lavoriamo noi

Partiamo da un primo confronto senza impegno, in videochiamata oppure di persona, secondo il caso, in cui diciamo se vediamo un risultato misurabile e da dove partiremmo; se non lo vediamo, lo diciamo. Seguono la mappa dei processi con la formazione delle persone e un piano a passi che resta all’azienda, realizzabile con chiunque. Usiamo modelli sostituibili e lo scriviamo nel piano. L’AI l’abbiamo messa in produzione prima di tutto su di noi, con lo stato dichiarato di ogni sistema: lo raccontiamo nei casi reali. Non pubblichiamo tariffe: il preventivo arriva dopo il primo confronto, a passi, con ciò che si riceve scritto accanto a ciò che si paga.

Che cosa comprende e che cosa consegna la nostra consulenza AI per aziende, con le risposte alle sette domande, è nella pagina del servizio; i passi sono nel metodo.

Fonti

  1. UNI 11621-8:2026, Attività professionali non regolamentate: profili professionali per l'ICT, parte 8, profili di ruolo relativi alle attività svolte nel settore dell'intelligenza artificiale (in vigore dal 30 aprile 2026)
  2. UNI, Figure professionali AI: pubblicato un CWA (CEN, CWA 18398, notizia dell'8 settembre 2026)
  3. Legge 14 gennaio 2013, n. 4, Disposizioni in materia di professioni non organizzate (Normattiva)
  4. Legge 23 settembre 2025, n. 132, articolo 13, Disposizioni in materia di professioni intellettuali (Normattiva)
  5. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, decreto ministeriale n. 180 del 17 dicembre 2025: Linee guida per l'implementazione dell'IA nel mondo del lavoro
  6. Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), articolo 25: quando un distributore, un deployer o un terzo diventa fornitore (testo consolidato in italiano, AI Act Service Desk della Commissione europea)
  7. Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), articolo 26: obblighi dei deployer dei sistemi ad alto rischio (AI Act Service Desk)
  8. Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act), articolo 4: alfabetizzazione in materia di IA, e articolo 3: definizioni (AI Act Service Desk)
  9. Regolamento (UE) 2026/1744 (Omnibus digitale sull'AI), in vigore dal 27 luglio 2026
  10. Commissione europea, domande e risposte sull'alfabetizzazione in materia di AI (aggiornate al 27 luglio 2026)
  11. NIST, Artificial Intelligence Risk Management Framework (AI RMF 1.0), gennaio 2023, funzione GOVERN
  12. ISTAT, Imprese e ICT, anno 2025, report del 15 dicembre 2025 (PDF)
  13. Eurostat, Artificial intelligence by size class of enterprise (isoc_eb_ai), aggiornamento del 15 giugno 2026
  14. Osservatorio Artificial Intelligence, Politecnico di Milano, comunicato di febbraio 2026
  15. OCSE, AI adoption by small and medium-sized enterprises, dicembre 2025
  16. OCSE, Generative AI and the SME workforce, novembre 2025
  17. Punto Impresa Digitale, valutazione della maturità digitale delle imprese (SELFI4.0 e ZOOM4.0)
  18. Punto Impresa Digitale, Bando Voucher Doppia Transizione 2026
  19. Commissione europea, catalogo degli European Digital Innovation Hub
  20. Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Voucher per consulenza in innovazione (primo e secondo sportello)
  21. Unioncamere, Elenco dei manager dell'innovazione
  22. Accredia, banche dati degli organismi accreditati e delle certificazioni
  23. UNI, pubblicata in italiano la UNI CEI ISO/IEC 42001 (sistemi di gestione per l'intelligenza artificiale)
  24. Unioncamere, comunicato del 10 luglio 2026 sul Bando Voucher Doppia Transizione dei PID e sugli AI-Lab
  25. Decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179, poteri delle Autorità nazionali per l'intelligenza artificiale e sanzioni (Gazzetta Ufficiale n. 234 dell'8 ottobre 2026)

Verificate il 12 ottobre 2026. Norme e scadenze cambiano: prima di decidere controlla sempre la fonte ufficiale.

Domande frequenti

Le risposte in breve

Che cosa fa un consulente di intelligenza artificiale?

Lavora con chi guida l'azienda per capire quali processi possono trarre un risultato misurabile dall'AI, verifica se i dati per farlo ci sono, scrive un piano a passi con un primo progetto pilota e prepara le persone con regole d'uso e formazione. Il risultato buono è un piano che l'azienda può realizzare anche con altri. Non vende software e non decide al posto dell'azienda che cosa l'AI può fare da sola.

Serve davvero un consulente AI a una PMI?

Serve quando in azienda nessuno ha le competenze per impostare il progetto, quando non è chiaro da quale processo partire o quando manca chi faccia da ponte fra direzione, sistemi e fornitori. Non serve per usare un assistente già pronto in un ufficio, per un'attività che capita poche volte l'anno o prima di aver sistemato i dati di base. Tra le imprese italiane che hanno valutato l'AI senza adottarla, la mancanza di competenze è il primo ostacolo per quasi sei su dieci.

Consulente AI, AI consultant, AI strategist, esperto di intelligenza artificiale: sono la stessa cosa?

Quasi. AI consultant e AI strategist sono i nomi con cui lo stesso ruolo compare nelle offerte di lavoro e nei corsi; «esperto di intelligenza artificiale» è un'espressione più larga, che comprende anche ricercatori e tecnici che non fanno consulenza. Quello che conta non è il nome, ma che cosa consegna e come si verifica.

Esiste un albo o una norma per i consulenti AI?

Un albo no: è una professione non organizzata in ordini o collegi, regolata dalla legge 4/2013, e chiunque può esercitarla. Esiste invece, dal 30 aprile 2026, la norma tecnica UNI 11621-8:2026 sui profili professionali dell'intelligenza artificiale: la legge 4/2013 prevede che un professionista possa chiedere a un organismo di certificazione accreditato il certificato di conformità alla norma, ma la certificazione è volontaria. Se e quali organismi certifichino già su questa norma si verifica nelle banche dati di Accredia: è un segnale, non un requisito.

Quanto costa un consulente AI e come si paga?

Dipende dal numero di processi, dallo stato dei dati, dalle integrazioni con i sistemi e dalle persone da formare: una tariffa pubblicata prima di aver visto l'azienda dice poco, e conviene diffidarne. I modi per pagare sono quattro: a passi con un risultato atteso, a giornate, a canone, a quota del risparmio ottenuto. Il primo è il più adatto a chi comincia, perché permette di fermarsi avendo speso poco.

Il consulente può essere anche chi vende o rivende il software?

Può, ma va dichiarato per iscritto, perché cambia il consiglio che si riceve: chi rivende un prodotto tende a consigliare quel prodotto. L'AI Act aggiunge che chi mette il proprio nome o marchio su un sistema ad alto rischio, lo modifica in modo sostanziale o cambia la finalità di un sistema fino a renderlo ad alto rischio ne diventa fornitore, con i relativi obblighi. Va chiesto sempre se il consulente è partner o rivenditore di qualche fornitore.

Chi risponde se l'AI sbaglia: il consulente o l'azienda?

Degli obblighi di chi usa il sistema, e delle decisioni prese con il suo aiuto verso clienti e lavoratori, risponde l'azienda che lo usa, il deployer nel linguaggio dell'AI Act: per i sistemi ad alto rischio l'articolo 26 le assegna l'uso secondo le istruzioni, la sorveglianza umana, il monitoraggio e i registri. Il fornitore del sistema risponde dei propri obblighi e dei difetti del prodotto. Il contratto con il consulente può stabilire di che cosa risponde lui, per esempio di un piano sbagliato o di un dato riservato diffuso, ma non trasferisce gli obblighi di legge. Per questo la clausola sulle responsabilità va letta prima di firmare.

Chi può aiutarmi gratis a capire da dove partire?

Due servizi pubblici gratuiti: i Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio, con un'autovalutazione online e una valutazione guidata della maturità digitale, e i Digital Innovation Hub, che le Linee guida del Ministero del Lavoro citano per un assessment digitale gratuito. Dicono a che punto è l'azienda; il progetto non lo fanno al suo posto.

Un audit AI gratuito è un buon modo per cominciare?

Dipende da chi lo offre. La valutazione gratuita dei Punti Impresa Digitale e dei Digital Innovation Hub è un servizio pubblico e dà una fotografia da cui partire. L'«audit gratuito» offerto da chi vende consulenza o software è di solito un preventivo mascherato: due ore senza dati non producono un piano. La domanda da fare è che cosa viene consegnato per iscritto alla fine.

Il consulente deve dire se usa l'intelligenza artificiale nel lavoro che fa per l'azienda?

Se esercita una professione intellettuale sì: la legge 132/2025, articolo 13, gli impone di comunicare al cliente con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo quali sistemi di intelligenza artificiale usa. Se il consulente è una società, la stessa informazione, insieme a dove vengono trattati i documenti dell'azienda, va chiesta e scritta nel contratto.

Hai un processo che vorresti far lavorare meglio?

Raccontacelo in una prima chiacchierata senza impegno: capiamo insieme se e dove l'AI porta un vantaggio misurabile, e da quale passo conviene partire.